Un racconto che beneficia dei favori dell’oscurità

Mi ero finalmente infilato nel letto dopo una lunga giornata a dir poco massacrante. La mattina al lavoro, al centro diagnostico, i reclami erano stati molti più del solito. Lavorando allo sportello lamentele ero abituato a ricevere urlacci e minacce di morte, ma quella mattina le minacce non furono solo nei miei confronti, ma verso tutta la mia famiglia. Il centro diagnostico dove lavoro è specializzato in diagnosi su due piedi riguardanti malattie gravissime. Capita spesso che gente alla quale era stata diagnosticata qualche seria malformazione cardiaca venga a reclamare al mio sportello non appena scopra di avere soltanto una lieve distorsione alla caviglia. E mi insulti reiteratamente.
Il mio è un lavoro ingrato. Duro. Quel giorno poi le minacce ricevute mi avevano fatto male a livello fisico. Mi avevano colpito nel profondo. E per quello mi recai al negozio di intimo in fondo alla strada. La commessa, una ragazza gentile, mi servì molto educatamente. Quasi cordialmente. Non si scompose neanche quando le chiesi se vendevano ritagli di giornale. Io però decisi di immobilizzarla e sequestrarla per l’intero pomeriggio. La legai con dello spago alla sedia dietro il bancone, quindi, forbici in mano, le tagliai i capelli fino a renderla calva. Poi tirai giù la serranda e misi tutto a posto, sibilandole più volte all’orecchio “eeeh, purtroppo non ci possiamo muovere da Roma noi”. Una frase di cui non sapevo l’origine, ma che mi piacque.
Per il resto del pomeriggio finsi di essere il commesso. Servii qualche cliente e ogni tanto andavo a stordire con dell’incenso profuso la ragazza che avevo segregato nello sgabuzzino. Andavo giusto quando i suoi flebili lamenti arrivavano all’orecchio dei miei migliori clienti.
La sera prima di rincasare poi entrai in un fast food e bestemmiai ad alta voce.
Finalmente a letto, quindi, il mio meritato riposo stava arrivando quando cominciai a sentire dei botti impressionanti sotto la mia finestra. Delle stecche paurose. Al dodicesimo boato decisi di alzarmi e andare a controllare. Io vivevo al terzo piano. Tirai su la serranda mentre l’ennesimo colpo stava esplodendo. Rimasi per un attimo fermo, non capivo da dove provenissero quegli assordanti schioppi. Temevo per l’incolumità dei miei condomini. Scattando con la testa ispezionai l’intero edificio, quando dal palazzo di fronte scattò una scintilla, che illuminò per un secondo il volto del mio dirimpettaio.
Ebbi paura. La finestra di fronte alla mia era spalancata. All’interno un’oscurità feroce racchiudeva ogni sagoma ed era impossibile distinguere figure. Solo ad intervalli regolari di due-tre minuti si accendeva una scintilla che irradiava di luce rossa la faccia dell’uomo. Poi la scintilla disegnava un arco che oltrepassava la finestra e finiva in strada, dove esplodeva.
E per ogni scintilla l’uomo di fronte ai miei occhi mi dedicava un ghigno diverso, l’uno più inquietante dell’altro. Non so perché ma mi sembrò un’immagine poetica. E mi fissai a guardare questo pazzo che, seduto a gambe incrociate sul letto accendeva dei “Magnum” al buio e poi li scagliava fuori dalla finestra. Provocando rimbombi paurosi. La cosa strana è che nessuno sembrava accorgersene. Nessun lamento. Nessuna protesta. Continuavano ad esplodere boati nella notte e il quartiere sembrava non sentirli.
Allora mi dissi “Anch’io!”
Scesi in cantina e cercai tra gli addobbi dell’albero di Natale la mia scorta di botti di capodanno. Avevo purtroppo solo tre “Magnum”, ma ero carico di “Zeus”. Ne presi un pacco da cinquanta e tornai in camera mia. Spalancai la finestra, mi sedetti sul letto, e iniziai a imitare l’uomo che era perfettamente di fronte ai miei occhi.
Sembrava una guerra.
I boati si erano moltiplicati. E con loro i bagliori che ne scaturivano. Ma notai che l’uomo aveva smesso di farmi dei ghigni. Adesso era serio. Era serio e incazzato. Perché i botti non si erano raddoppiati, ma decuplicati. Arrivavano da ogni dove. Ogni abitante del palazzo aveva imitato prima lui e poi me. E contribuiva a quella assordante rivisitazione di una vera e propria lotta senza quartiere. Qualcuno aveva spiccato i due lampioncini del cancello e ora rimaneva solo il buio e le scintille come unica forma di illuminazione.
Quando arrivò un boato molto più assordante degli altri. Per dieci secondi il silenzio più totale regnò sovrano. Poi si riuscì a captare un rumore da scotch da pacchi, una scintilla possente e un botto preoccupante.
Dai piani alti era partita l’idea di incollare insieme più “Magnum” e poi farli esplodere.
Nessuno esitò, dieci, quindici, addirittura venti “Magnum” che esplodevano nello stesso istante. Il palazzo tremava a ogni schioppo. Ero felice. E doveva esserlo anche l’uomo di fronte, perché aveva ripreso a ghignare. Quando l’ingegner Bomboni del secondo piano lanciò una vera e propria bomba al plastico però il palazzo iniziò a tremare. E continuò a farlo ad ogni boato successivo.
Poi il figlio di Bomboni, in licenza di tre giorni, lanciò di sotto una delle bombe a mano che aveva in dotazione. E il nostro palazzo crollò, nel botto più potente della nottata.
Mentre precipitavo riuscii a vedere in faccia per l’ultima volta il mio dirimpettaio. Aveva un’espressione soddisfatta. Rilassata. Che guardava all’orizzonte, la vista del mare che il mio palazzo gli ostruiva.